Via Ganaceto 115, Modena e Via Ciro Menotti 80, Sassuolo

ArticoliSENTIRSI BENE, SENTIRSI MALE. OPPURTUNITA’ E RISCHI DELL’AUTOVALUTAZIONE.

Studio Casolari Modena

SENTIRSI BENE, SENTIRSI MALE. OPPURTUNITA’ E RISCHI DELL’AUTOVALUTAZIONE.

Le difficoltà e i punti di partenza per l’autovalutazione.

A molti verrà spontaneo chiedersi se questo articolo sia necessario.

Cosa c’è infatti di più semplice che  essere consapevoli delle proprie  sensazioni,  emozioni o pensieri?

Eppure quando si tratta della vita psichica compaiono spesso dubbi e timori. Il problema è che l’organo da controllare, il cervello, è anche quello che deve esercitare un controllo. Sarebbe come se uno dei giocatori di calcio fosse anche, contemporaneamente, arbitro di una partita. Se si immedesima di più nel ruolo di giocatore tenderà a scusare eventuali scorrettezze o errori. Se, viceversa, si sente più arbitro potrebbe autolimitare troppo le sue opportunità di gioco, non osando mai sfidare il fuorigioco e l’intervento potenzialmente falloso.

Freud con i suoi studi ha dimostrato come l’uomo non è padrone completamente dalla sua mente che segue vie nascoste all’individuo stesso per emergere attraverso un pensiero un’emozione o un comportamento. Questa peculiarità della mente umana, la possibilità cioè di essere per gran parte nascosta a sé stessa, permette all’uomo una creatività senza pari in natura ma, ovviamente, pone anche rischi e difficoltà. Ad esempio il fatto che gli eventi o le situazioni del passato possono influenzare, attraverso un’emozione che si ripete dentro di noi, senza che ce ne accorgiamo, la vita odierna.

Adriano aveva attualmente 23 anni. Soffriva di intensa gelosia verso la sua fidanzata. Senza che ve ne fosse motivo l’accusava di pensare ad altri uomini e di essere troppo gentile e sorridente verso gli estranei. Anche solo un sorriso della ragazza lo metteva in forte tensione. Se poi qualche uomo le telefonava la sua gelosia esplodeva. Si rendeva conto dell’esagerazione di queste sue emozioni ma non riusciva a controllarle. Dopo un periodo di psicoterapia emerse che aveva provato un’emozione altrettanto intensa verso la madre che lo aveva “tradito” quando era nato il fratello più piccolo di tre anni. Ricordava di aver pensato che: “Tutti una volta o l’altra ti tradiscono”.

Un luogo comune molto diffuso afferma che:“I veri matti sono coloro che non sanno d’esserlo”. In base a questo pregiudizio  si incorrerebbe in un paradosso. Infatti la maggior parte della popolazione, che si ritiene sana, sarebbe affetta da malattia mentale, in quanto non pensa di essere malata, mentre solo coloro che affermano di soffrire non sarebbero veri malati. E’ quindi evidente che la situazione  è complessa per cui risulta scorretto per il singolo individuo formulare un giudizio senza aver attuato una preventiva riflessione.

E’ assolutamente impossibile prescindere da sé stessi per la prima valutazione. Se però si procede con un metodo adeguato si possono evitare errori grossolani e, soprattutto, ci si può avvicinare a un corretto giudizio.

I PUNTI DI PARTENZA.  

Questi punti di partenza sono alcune valutazioni, frutto delle ricerche e dell’esperienza clinica in questo settore, che non devono necessariamente essere condivise o accettate acriticamente dal lettore. E’ comunque importante che chi desidera attuare una autovalutazione le utilizzi come spunti di riflessione.

  1. Tutti coloro che soffrono di disagio psichico riconoscono un proprio malessere anche se, casomai, ritengono , a volte a torto, che la causa sia da imputarsi a situazioni esterne, malattie o influssi negativi.

Adele ragazza 35 enne da alcuni mesi era angosciata perché riteneva che i vicini di casa deliberatamente facessero rumori intensi per farle rabbia e procurarle fastidio. Riteneva che tutto il condominio fosse coalizzato contro di lei. Pensava che facessero riunioni in cui si accordavano per attuare a turno i rumori molesti. Adele si lamentava col marito e con i figli di questa situazione. Non riusciva a dormire e piangeva spesso.

Il vero problema, quindi, non è riconoscere che vi sia un malessere ma piuttosto darvi un senso.

Il marito e i figli di Adele cercavano di convincerla sul fatto che i vicini di casa non erano realmente contro di lei. Ritenevano che la sofferenza di Adele fosse dovuta allo stress per la morte della madre avvenuta sei mesi prima.

Spesso il malessere psichico si manifesta in modo nascosto attraverso sintomi di difficile interpretazione che possono simulare altri tipi di malattie fisiche. A volte, inoltre, non si riesce più a distinguere se il malessere sia causa o conseguenza di una determinata situazione fisica.

2. Il malessere psichico nelle sue varie forme è spesso utile.

 Serve  a riconoscere il mondo che ci circonda; a capire ciò che dobbiamo evitare o, viceversa, a capire ciò che ci è utile e ci può aiutare. Questa affermazione a molti sembrerà strana e difficile da accettare. Chi, infatti, può accogliere l’idea che la sofferenza che oggi prova risulterà utile per la sua vita futura! Ognuno di noi desidera allontanarsi, il prima possibile, dalla sofferenza.

Adriana ragazza di 17 anni era sempre stata brava, diligente, studiosa, insomma “quasi perfetta”. Da alcuni mesi si sentiva triste e angosciata perché si vedeva brutta e goffa quando si guardava allo specchio. Dopo un anno di sofferenze altalenanti Adriana era molto cambiata. Era divenuta più consapevole delle nuove esigenze del suo ruolo di giovane donna. Meno concentrata sull’essere “brava e buona” ora accettava le nuove sensazioni del suo corpo. Anche lo studio era divenuto più consapevole. Studiava ora per il suo futuro e non per fare piacere ai genitori.

La natura ci ha permesso di sperimentare  l’ansia, la tristezza, la depressione e il disagio emotivo. Parliamo a questo proposito della favola di Pinocchio.

Pinocchio, burattino di legno della famosa favola di Collodi, non provava il dolore fisico. Questa prerogativa che molti di noi e tanti malati potrebbero ritenere privilegio estremamente desiderabile gli causò un danno. Appisolatosi su uno sgabello accanto al fuoco, non si accorse del fatto che le sue gambe bruciavano. Allo stesso modo il burattino non manifestava alcuna ansietà o rimorso. Vendette l’abecedario, comprato a prezzo di grandi sacrifici dal padre, per recarsi allo spettacolo di Mangiafuoco, marinò la scuola per andare nel paese dei balocchi senza apparente ansietà.

Molti hanno il desiderio espresso di essere trasformati dai farmaci o da qualche intervento esterno in una sorta di novello Pinocchio che non sente l’ansietà, il rimorso e la depressione. In realtà, alla stregua del dolore fisico, anche l’ansietà e la depressione sono elementi necessari alla vita in quanto permettono di riconoscere il mondo che ci circonda.

 

Il dolore ci permette di comprendere che quella posizione, quella temperature o pressione sono nocive per il corpo. L’ansietà e la depressione ci aiutano, come una bussola a individuare le situazioni affettive, lavorative, sociali e familiari che non sono utili per la nostra vita.

Pinocchio diventa bambino quando comincia a sentire il senso di colpa verso la fata e verso il padre. Quando, cioè, diventa ansioso e triste.

Ciò che la natura ci ha fornito come utile ausilio, purtroppo, in tante situazioni può divenire molto negativo. Il dolore fisico, ad esempio quello di un pollice dopo una martellata maldestra, aiuta l’individuo a prestare maggiore attenzione. Accade però, come succede nei tumori, che il riconoscimento del dolore in una certa parte del corpo utile in un primo tempo per poter attuare una diagnosi e, eventualmente, asportare il male, man mano che progredisce la malattia non “serva” più all’individuo, ma divenga esso stesso un danno. In certe malattie, come le artrosi croniche, il dolore è, ormai, afinalistico, non aiuta più l’individuo ad individuare il proprio problema, ma anzi è il dolore stesso il problema in quanto impedisce di svolgere anche quelle attività  riabilitative utili per modificare la malattia. Alla stessa stregua del dolore il malessere psichico, in tutte le sue forme,  nelle fasi iniziali del suo manifestarsi è utile  all’individuo per capire il senso negativo di una certa situazione.

Agata signorina di 23 anni cominciò ad avere l’impellente necessità di pregare durante la guida dell’automobile. Se non pregava, mentalmente, aveva la tremenda sensazione di catastrofe imminente. La preghiera la tranquillizzava, ma il sentirsi costretta le provocava molto malessere. Quando doveva caricare altre persone sull’auto era un vero tormento perché doveva cercare di pregare e allo stesso tempo stare attenta a ciò che diceva l’interlocutore. Cominciò a riflettere sulla sua vita che apparentemente era tranquilla. Aveva genitori molto attenti e buoni nei suoi confronti. Riflettendo, però, capiva che il loro attaccamento era esagerato e oppressivo. I genitori si aspettavano da sempre che lei facesse quello che ritenevano giusto. Lo facevano “per il suo bene”, ma non accettavano alcuna decisione autonoma. Agata, riflettendo, arrivò a pensare che queste sue stranezze erano una esasperazione del controllo genitoriale. Doveva liberarsi dell’oppressione dei genitori per poter vincere questa sua strana costrizione ossessiva.

Quindi, man mano che passa il tempo,  il malessere psichico non fornisce più informazioni utili all’individuo ma diviene esso stesso il problema fondamentale perché costringe quella persona a una vita inadeguata che, di solito, provoca ulteriori disagi familiari e sociali.

Agostino da anni aveva strutturato un rituale ossessivo che lo occupava un’ora tutte le mattine. Prima di recarsi al lavoro doveva pulire accuratamente la sua stanza, spolverare, riassettare, lavare i pavimenti e mettere gli oggetti “al loro posto”, un posto cioè da lui prestabilito e stampato nella sua memoria come una fotografia.

  • Soffrire per un malessere psichico non significa essere “pazzi” o “incapaci di ragionare”. Si tratta di una situazione diffusa che moltissime persone provano nella loro vita.

La malattia mentale, per secoli, ha intensamente impaurito l’uomo, tanto da indurre un meccanismo di rifiuto, ghettizzazione o addirittura di aggressione verso il sofferente ritenuto come invasato o indemoniato. Il malato ha, quindi, imparato a vergognarsi della sua stessa sofferenza e a nascondere il più possibile i suoi sintomi. In realtà questo meccanismo di rifiuto è stato presente e lo è tuttora nei confronti di tutte le malattie gravi con causa sconosciuta o poco conosciuta e, soprattutto, non curabili con gli strumenti dell’epoca (es: tubercolosi, sifilide, AIDS, cancro). Fortunatamente le acquisizioni degli ultimi due secoli, soprattutto dopo gli studi e le riflessioni di Freud, ci permettono di affermare che i sintomi  presenti nelle sofferenze mentali hanno una loro intima ragionevolezza e che possono essere affrontati da un punto di vista terapeutico.

Questa situazione ha, anche se con fatica, trasformato l’opinione della società verso la sofferenza mentale e ha permesso di far emergere un numero estremamente elevato di persone affette da sofferenze mentali fino a quel momento tenute nascoste. Attualmente, fortunatamente, non ci si vergogna più a parlare di una propria sofferenza psichica.

  Le cifre della malattia mentale:

  • 25% di tutta la popolazione soffre, in una fase della propria vita, di un disturbo psichico (Davies T: Mental health assessment. Brit. Med. J. 314,1536-1538, 1997)                                    
  • 40% è l’utenza ambulatoriale del medico di famiglia con problemi psichici (Davies T: Mental health assessment. Brit. Med. J. 314,1536-1538, 1997)
  • 8% delle spese globali per malattie sono utilizzate per la cura dei disturbi psichici. Sono paragonabili a quelle richieste per la cura della tubercolosi, del cancro o delle malattie cardiache (World Bank, World development report, 1993),
  • 70% dei pazienti affetti da attacchi di panico consultano 10 o più medici prima che venga formulata la diagnosi. (Ballenger G.C. : Unrecognized prevalence of panic disorder in primary care, internal medicine and cardiology. Am. J. Cardiology. 60,397-471,1987.)

Queste statistiche ci indicano come la malattia mentale sia molto diffusa. Se noi poi allarghiamo l’orizzonte anche a sofferenze subcliniche che non sfociano in una vera e propria malattia possiamo affermare che moltissime persone, in un momento della loro esistenza, possono soffrire per un disagio mentale. Paradossalmente potremo stupirci di fronte a colui che non prova mai un disagio emotivo. Penseremo che forse il suo modo di reagire così tranquillo sia un modo per nascondere le sue vere emozioni.

  • La sofferenza mentale può sempre essere curata e in molti casi può guarire.

Questo punto è collegato al precedente in quanto, come abbiamo visto, la possibilità di migliori cure favorisce la maggiore accettazione di qualsiasi malattia e la non ghettizzazione delle persone che soffrono di quel disturbo. L’avvento di nuovi farmaci, di approcci riabilitativi e di forme di psicoterapia ha permesso di affrontare con buoni risultati tutte le forme di patologia mentale. Anche le malattie più gravi (schizofrenia, paranoia) molte volte non completamente guaribili sono, però, ora curabili, con riduzione notevole della sofferenza del paziente e diminuzione delle conseguenze più gravi dell’evoluzione della malattia.

Dott. Luciano Casolari








Have a question?